C’era una volta…….la FAMIGLIA

15 04 2014

Piccolo approfondimento sulle aperture domenicali e festive e le loro conseguenze sulla vita dei lavoratori

Una volta si chiamavano feste comandate. Le domeniche, innanzitutto. E poi Natale, Pasqua. E poi quelle strappate con la lotta, il 1° Maggio, 25 Aprile… Ma il capitalismo conosce un unico comandamento: sacrifica qualunque cosa, preferibilmente i lavoratori, sull’altare del profitto.

E così da qualche anno anche in Italia, a un numero sempre crescente di lavoratori viene impedito di godersi un riposo settimanale degno di questo nome, magari in compagnia delle proprie famiglie, dei propri figli.

Un po’ di storia
Quella della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali è una storia che va avanti da quasi vent’anni. Nel 1995 un referendum popolare boccia con il 62% dei voti la prima proposta di liberalizzazione. Nel 1998 ci riprova Bersani, ministro dell’allora Governo Prodi di centro-“sinistra”, con il decreto che porta il suo nome, il quale prevede (in barba all’esito del referendum di soli tre anni prima) che gli esercizi commerciali possano restare aperti tutti i giorni della settimana per un massimo di tredici ore. Le domeniche sono ancora quasi escluse dalla liberalizzazione: pur conferendo poteri di deroga ai comuni, le aperture domenicali sono previste solo per le domeniche del mese di dicembre e per altre otto domeniche nei restanti mesi dell’anno. Le cose peggiorano nel 2001: con la riforma del titolo V della Costituzione la competenza in materia passa alle Regioni, che fanno largo uso dei poteri di deroga previsti dal decreto Bersani. E arriviamo ai giorni nostri: il governo Monti, nel 2011, ci lascia in eredità il decreto “Salva Italia”(in vigore dal gennaio 2012), che avrebbe dovuto risollevare le sorti di un’economia strangolata dal cappio del debito e dello spread. I risultati sono sotto gli occhi di tutti… Il “Salva Italia” prevede, tra le altre cose, la completa liberalizzazione degli orari di apertura.

Cos’è cambiato nel commercio
Le aperture domenicali e festive avrebbero dovuto dare nuovo slancio al commercio, far aumentare i consumi, creare nuovi posti di lavoro. Niente di tutto ciò è accaduto. Secondo le stime di Confesercenti, complice la crisi che ancora morde le famiglie, i consumi sarebbero calati del 4,3% nel 2012, dato al quale andrebbe ad aggiungersi un -2% previsto per quest’anno. Tra l’inizio del 2012 e i primi sei mesi del 2013 sarebbero scomparsi quasi 32.000 esercizi di commercio al dettaglio e 90.000 posti di lavoro; 500.000 locali commerciali sarebbero rimasti sfitti, con una perdita di 62 miliardi di euro di affitti non percepiti e 6,2 miliardi di euro di gettito fiscale andato in fumo (più di quanto si è racimolato nelle tasche della povera gente con l’aumento di un punto di IVA).Diverso sembra essere il discorso per i grandi nomi della GDO (Grande Distribuzione Organizzata): la capacità di competere al ribasso sui prezzi dei prodotti e la possibilità di restare aperti nei giorni festivi hanno sicuramente favorito i grossi centri commerciali. Ma come sono cambiate le condizioni dei lavoratori?

Le condizioni di lavoro nella GDO
La parola d’ordine che si materializza agli occhi dei lavoratori della grande distribuzione è una e una sola: flessibilità. Parliamo di circa 2 milioni di occupati, la maggior parte dei quali donne (circa l’80%) e con contratti part-time. In molti casi, la speranza di arrivare a firmare un contratto a tempo indeterminato è una chimera irraggiungibile: essere sbattuti fuori dopo 12 anni e 27 rinnovi di contratti a termine non è una cosa così infrequente (è il caso di Catia Bottoni, ex lavoratrice Coop). Lo stipendio medio di un lavoratore part-time si aggira intorno ai 600-700 euro mensili, il che rende quasi impossibile essere indipendenti, figuriamoci mettere su famiglia e crescere dei figli. Ma i problemi non finiscono qui. Perché proprio la liberalizzazione degli orari e le aperture nei giorni festivi hanno inferto un altro duro colpo alla qualità del tempo di lavoro e di vita di quanti lavorano nella GDO. In nome della già citata flessibilità, i turni vengono fissati settimana per settimana, a volte il giorno prima per il giorno dopo. In più si tratta spesso di turni spezzati, che prevedono qualche ora a metà mattinata e altre ore nel pomeriggio, con una pausa che magari non basta nemmeno per fare il tragitto di andata e ritorno dal lavoro a casa, figuriamoci per fare una visita medica o semplicemente per andare a mangiare un gelato con i propri figli.Ancora, molto frequentemente si chiede alle lavoratrici di fermarsi oltre l’orario di lavoro, coprendo anche mansioni che non sarebbero previste dal loro inquadramento(come il carico/scarico o le pulizie). E mentre si afferma che fare più di una pipì durante il lavoro è una condizione patologica e che quindi, per avere il permesso, bisogna avere il certificato medico, si inserisce nei nuovi contratti l’obbligo di sorridere ai clienti, come previsto dalla nuova proposta contrattuale di Coop Estense, la quale vincola il percepimento del salario accessorio al soddisfacimento dei criteri contenuti in una scheda di valutazione che misura anche, appunto, quanto si sorride.

E come fai a sorridere quando lavori a queste condizioni? Come fai a sorridere quando da anni non sai cosa significa passare una domenica a casa o fare una vacanza? Come raccontano Raffaella, Valentina, Barbara, Graziella e Francesca, cinque dipendenti Coop anch’esse mandate a casa dopo 10 anni e una serie infinita di contratti a termine:

“Ci hanno sempre chiamate stagionali, ma in realtà noi abbiamo lavorato in tutti i periodi dell’anno, non solo nelle stagioni. Abbiamo sostituito colleghe in maternità, in aspettativa, in ferie o in malattia, arrivando a lavorare anche 9-10 mesi all’anno con contratti a termine che scadevano e ci venivano rinnovati di continuo. E’ così da tanto tempo, visto che i nostri ingressi in Coop iniziano dal 2003. Per noi (e per i nostri affetti) le vacanze estive non esistono da anni, perché ci dicevano che ci chiamavano proprio per sostituire i dipendenti in ferie, ma nonostante questo ci siamo sempre sentite lavoratrici come i nostri colleghi e colleghe, perché eravamo sicure che prima o poi la nostra situazione sarebbe stata stabilizzata e avremmo ottenuto il tanto atteso contratto a tempo indeterminato.”

E le cose, anziché migliorare, peggiorano. Come accennato, le aperture domenicali e festive si erano portate dietro la promessa di nuovi posti di lavoro. In realtà in molti casi si è proceduto alla chiusura di alcuni centri commerciali. E quando ciò non è avvenuto, ci sono stati numerosi licenziamenti, con conseguente ricatto nei confronti dei lavoratori superstiti, costretti ad accettare l’abbassamento dei salari e l’aumento dei carichi di lavoro. Un esempio di ciò è quanto avvenuto ai danni dei lavoratori Auchan del napoletano, o a quelli dell’IperCoop di Afragola (NA).Sulla questione del lavoro domenicale si sta misurando anche lo scontro tra lavoratori e sindacati confederali, restii a mettere in piedi reali iniziative di lotta e troppo spesso pronti a accettare veri e propri ricatti imposti ai dipendenti: esemplificativo è quanto successo qualche settimana fa all’Ipermercato Panorama di Campi Bisenzio (Firenze), dove 40 lavoratori sono arrivati a stracciare le tessere CGIL, il sindacato maggiormente rappresentato in azienda e a scegliere diauto-organizzarsi appoggiandosi ad un sindacato di base.

Della serie: piove sempre sul bagnato…
Alla fine la dottrina Marchionne arriva a fare scuola anche nel settore del commercio. Da maggio scorso Federdistribuzione (l’associazione che rappresenta la gran parte delle aziende della GDO) ha annunciato l’uscita da Confcommercio e la disdetta del CCNL Terziario-Distribuzione-Servizi a partire dal 1 gennaio 2014. La disdetta è estesa anche alla contrattazione territoriale firmata da Confcommercio e alla contrattazione integrativa aziendale per le parti in cui si fa riferimento a detto CCNL.Niente di più facile per aggirare le già flebilissime garanzie previste dalla contrattazione collettiva, come per esempio il supplemento orario del 30% rispetto la normale retribuzione per il lavoro domenicale e festivo (già spesso non corrisposto) o il supplemento orario del 50% per il lavoro notturno. Forse noi siamo naturalmente portati a pensare male, ma ci pare che l’obiettivo di Federdistribuzione sia chiarissimo: approfondire il processo già avviato dalle liberalizzazioni, spremere sempre di più i lavoratori e le lavoratrici, considerare le domeniche e i festivi giorni come tutti gli altri. E buonanotte al riposo, alla vita personale e a quella familiare. Buonanotte finanche al diritto di fare la pipì. ”

 

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Un triestino contro l’Italia: un esempio per tutti noi

17 01 2014

L’8 gennaio 2014, si è svolta una nuova udienza del processo “storico” in cui ho sollevato il difetto di giurisdizione. “Storico” perché si tratta del primo processo in cui un cittadino di Trieste disconosceva il potere di un giudice dello Stato italiano a giudicarlo nella Zona A del Territorio Libero di Trieste con le leggi della Repubblica Italiana.

Accadeva il 14 dicembre del 2011, alla prima udienza del processo in cui avveniva anche la prima ricusazione del giudice che aveva rigettato immotivatamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione e senza sentenza.

Il 13 marzo 2013, dopo che la Cassazione aveva respinto pure immotivatamente la mia impugnazione del rigetto della ricusazione del giudice decisa dalla Corte di Appello di Trieste, il processo ricominciava da capo con lo stesso giudice (Paolo Vascotto).

Ripresentavo nuovamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione che veniva anche questa volta respinta senza motivazioni e senza l’obbligatoria sentenza (ai sensi dell’art. 20 del codice di procedura penale), e quindi ricusavo nuovamente il giudice. Nuovo stop del processo con ricorso fino alla Cassazione e quindi, dopo l’immancabile rigetto, nuova ripartenza nello stesso tribunale di Trieste il 25 settembre, ma questa volta con un nuovo giudice.

Si era verificato infatti che il giudice Paolo Vascotto dopo essere stato da me ricusato due volte, in un altro processo dove io – quale parte offesa – avevo sollevato la stessa eccezione giurisdizionale, ne aveva avviato per la prima volta la valutazione effettiva facendo tradurre la versione originale inglese del Memorandum di Intesa di Londra del 1954. Una decisione importante quella del giudice Vascotto. Che creava le prime crepe nel muro difensivo eretto dallo Stato italiano sulla questione Trieste.

Dopo avere autorizzato la traduzione asseverata del Memorandum di Londra, che da quel momento diventava prova sullo status giuridico attuale di Trieste, il giudice Vascotto veniva trasferito e i suoi procedimenti rilevati da altro giudice.

E così il 25 settembre il processo tentava di decollare. Ma anche per il nuovo giudice l’ostacolo da superare era sempre lo stesso. Ripresentavo assieme al coimputato Paolo G. Parovel, direttore del giornale La Voce di Trieste, una nuova eccezione sul difetto di giurisdizione, preceduta peraltro dalla richiesta di rimessione del processo ad altra sede, vista l’incompatibilità ambientale emersa negli ultimi mesi. Ovvero da quando il presidente del tribunale penale Filippo Gulotta si era scagliato pubblicamente contro i cittadini di Trieste che si appellano al trattato di pace riconoscendosi nel Movimento Trieste Libera.

E siccome in appoggio alle dichiarazioni del presidente del tribunale era intervenuta la stessa Associazione Nazionale Magistrati, senza alcuna dissociazione, era da ritenersi che tale situazione di incompatibilità investisse in toto l’autorità giudiziaria italiana. Il processo veniva nuovamente sospeso e gli atti trasmessi alla Cassazione competente a decidere sull’incompatibilità ambientale sollevata.

E visto che la Cassazione non si è ancora espressa anche l’udienza dell’8 gennaio è stata di semplice rinvio, questa volta al 9 aprile. Dopo due anni quindi il processo non è ancora iniziato. Nonostante le pressioni intimidatorie fatte di salate sanzioni ad ogni mia ricusazione del giudice e ad ogni passaggio in Cassazione io non ho mai ceduto, chiedendo a norma di legge che l’autorità giudiziaria italiana dimostrasse di avere giurisdizione sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste.

E in due anni, dalla Cassazione, al Ministero di Giustizia, ai tribunali interessati, nessuno è riuscito a dimostrarla questa sovranità persa con l’entrata in vigore del Trattato di Pace il 15 settembre del 1947. E mai riacquisita.

Ecco perché è importante questo processo. E’ stata la scintilla che ha permesso di innescare quella rivoluzione della legalità in corso a Trieste. E’ stata la dimostrazione di come un singolo cittadino con la forza delle sue convinzioni e del diritto può opporsi agli apparati della super burocrazia di uno Stato potente. Un granello di sabbia nella macchina ben oliata dell’ingiustizia distribuita di un sistema di potere imperfetto. Un granello di sabbia che però è anche quell’antimateria carica di energia positiva da cui può partire la reazione a catena.





Piattaforma PORTO 2014 Trieste

28 11 2013

In seguito ad un crescendo durato due anni di attiva consapevolezza da parte dell’opinione pubblica a proposito dell’importanza centra- le del Porto Libero Internazionale per la prosperità – o meno – di Trieste, si è reso necessario stilare un programma preciso, pratico e legale a riguardo.

Scarica documento “Piattaforma PORTO 2014″

Il documento che Trieste Libera propone, sviluppato assieme a degli esperti di portualità, ha lo scopo di fornire (a tutti gli stakeholder) le condizioni essenziali su obiettivi doverosamente praticabili, mettendo in risalto le macroscopiche inadempienze della repubblica italiana, anche alla luce del suo stesso ordinamento interno e dei suoi obblighi internazionali derivanti dall’Allegato VIII.

Chiunque abbia a cuore lo sviluppo ed il futuro di Trieste, al di là di qualsiasi contrapposizione ideologica, non potrà non trovarsi d’accordo con questi punti.
Dev’essere, quindi, aperta con urgenza una costruttiva discussione cittadina su questi argomenti concreti.

Abbiamo oggi la possibilità di invertire una parabola discendente.
Facciamolo.

Il 2014 dovrà necessariamente essere un anno fondamentale per il Porto di Trieste.





Trieste, città nazione!

28 11 2013

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30 settembre: l’indipendenza di Trieste e l’Austria dal 1382 al 1918 e dopo il 1947

2 10 2013

Un ciclo geoeconomico e politico che si rinnova

di 

Il 30 settembre, una settimana dopo l’equinozio d’autunno, è dal 1382 l’anniversario dell’atto di dedizione spontanea con cui la piccola città indipendente di Trieste si affidò a Casa d’Austria, rappresentata allora dal duca Leopoldo III d’Absburgo, per restare libera invece di diventare una colonia di Venezia come le altre cittadine costiere dell’Adriatico nordorientale.

Iniziava così, 110 anni prima della scoperta delle Americhe, il legame volontario fra Trieste e l’Austria che durò 536 anni, sino al novembre 1918, garantendo per oltre mezzo millennio alla città la sua indipendenza, con la dignità di Paese membro dell’Impero, attraverso il legame personale diretto con il sovrano. Che ebbe perciò il titolo autonomo di Signore di Trieste e vi si faceva rappresentare da luogotenente speciale posto accanto al libero parlamento della città nel pieno rispetto delle sue libertà e costituzioni.

Quel legame spontaneo ha consentito l’integrazione politica della libera città-porto più settentrionale del Mediterraneo con il suo retroterra naturale mitteleuropeo, che le ha portato nei secoli il massimo del benessere e dello sviluppo culturale e materiale nella pluralità feconda delle lingue, delle religioni e delle scienze attraverso gli studi, la navigazione, l’industria ed i commerci del suo porto franco con tutto il mondo.

Non fu per caso che nel 1797 venne aperto in questa libera Philadephia d’Europa anche il secondo consolato continentale degli Stati Uniti d’America dopo la loro proclamazione d’indipendenza, e se l’Austria protettrice di Trieste era anche l’unico grande Paese europeo che si rifiutò fermamente di diventare una potenza coloniale.

Il legame così naturale e fecondo di Trieste con il suo retroterra potè essere spezzato solo con le armi, e nonostante strenua resistenza della maggioranza dei triestini, dagli esiti devastanti della tragica prima guerra mondiale 1914-18 con la quale iniziava il ciclo di degradazione e dissoluzione della civiltà europea nei nazionalismi, nei razzismi, nelle ideologie totalitarie, negli stermini e nelle nuove guerre del Novecento. Ai quali si può porre vero rimedio e fine solo costruendo una nuova Europa plurinazionale, come dovrebbe ammonire l’imminente centenario del 1914.

Ma quei 536 anni di indipendenza giuridica e pratica di Trieste con (e non ‘sotto’) l’Austria sono stati interrotti soltanto dai disgraziati 25 anni, tra il novembre 1918 ed il settembre 1943, della rozza e violenta occupazione coloniale nazionalista e razzista da parte del Regno d’Italia e del suo regime fascista, surrogati tra il settembre 1943 ed il maggio 1945 dai loro alleati nazisti.

Solo 27 anni in tutto, che sono stati però fatti sembrare secoli cancellando ufficialmente la memoria storica vera di Trieste per sostituirla con propagande nazionaliste grossolane e grottesche, rinnovate dal dopoguerra ad oggi e spacciate contemporaneamente al popolo italiano per condizionarlo anche su questa vicenda.

Dopo quella parentesi breve ma pesantissima, l’indipendenza della città-porto di Trieste è stata perciò correttamente ripristinata nel nuovo contesto mondiale dalle Potenze Alleate ed associate vincitrici costituendola con il vigente Trattato di Pace del 1947 in Free Territory – Territorio Libero – Svobodno ozemlje, quale nuovo Stato membro delle Nazioni Unite, sotto loro garanzia ed in funzione primaria del suo Porto Franco internazionale, Con diritti speciali per l’Austria e gli altri Stati del retroterra mitteleuropeo ex austro-ungarico, oltre che per la Svizzera.

Le potenze firmatarie del Trattato e le Nazioni Unite hanno anche avviato il regime di governo provvisorio del nuovo Stato di Trieste indipendente affidandolo dal 1947 al 1954, con mandato speciale di amministrazione fiduciaria internazionale, agli Stati Uniti ed al Regno Unito che l’hanno esercitato in maniera esemplare per legalità, efficacia e correttezza.

Dal 1954 lo stesso ruolo di Governo provvisorio in esecuzione del Trattato di pace è stato affidato al Governo (e non allo Stato) italiano. Ma a differenza da quello anglo-americano, il Governo provvisorio italiano ha purtroppo esercitato il mandato di amministrazione fiduciaria in maniera sempre più scorretta e sempre più rovinosa per la popolazione amministrata.

Perché invece di gestire doverosamente la città ed il porto franco in amministrazione separata, il nuovo Governo amministratore vi ha simulato illegalmente e forzosamente la sovranità dello Stato italiano, consentendogli di appropriarsi di tutte le risorse economiche e patrimoniali di Trieste e di imporle il pagamento, vietato dal Trattato, del debito pubblico italiano e di un’enormità di altre tasse non dovute.

Questi abusi hanno devastato l’economia della città e paralizzato il suo ruolo produttivo europeo ed internazionale, togliendole il lavoro e precipitando i triestini in una spirale di povertà crescente, che con la crisi economica generale ha raggiunto livelli umanamente insostenibili e moralmente intollerabili, nell’indifferenza assoluta della classe politica italiana imposta.

Ai quali si aggiunge il tentativo finale di quegli stessi politici, per conto dei loro finanziatori palesi ed occulti, legali ed illegali di strangolare del tutto il Porto Franco internazionale di Trieste per spostarne, con provvedimenti illeciti su loro giurisprudenza fasulla, i traffici e persino il regime di porto franco sui porti della penisola italiana. A cominciare proprio da Venezia.

Si deve quindi constatare, questo 30 settembre del 2013, la riapertura di un ciclo simbolico e pratico nel quale la popolazione vecchia e nuova di Trieste si trova nuovamente a dover difendere, nel mondo e nei modi di oggi, la propria sopravvivenza concreta e la propria dignità dai rappresentanti attuali dei medesimi interessi geoeconomici e politici aggressivi che minacciavano di travolgerla con la forza e l’inganno già nel 1382, quando ricorse per difendersi all’Austria.

Oggi la difesa più diretta non consiste in un plebiscito di dedizione all’Austria, ma nell’esigere dal Governo italiano e dalla Comunità internazionale la piena e corretta attivazione, secondo il diritto vigente, dell’ordinamento di Stato della città di Trieste quale Territorio Libero, per reinserirla modernamente nell’economia e nella cultura internazionali, come le altre città-porto libere del mondo e nel suo ritrovato spirito filosofico e pratico originario di philadelphìa, amore universale fraterno.

Ma la stessa azione difensiva potrebbe anche tradursi, su richiesta della popolazione triestina alle Nazioni Unite, nel passaggio dell’amministrazione fiduciaria di Trieste al governo austriaco, che rimane il candidato storico più naturale e qualificato a gestirla se quello italiano continuasse scandalosamente a non voler adempiere ai propri doveri internazionali di amministratore provvisorio, e non di padrone coloniale.

Si può essere certi che la pur piccola e non impeccabile Austria di oggi saprebbe fare il suo dovere con lo stesso spirito di legalità, correttezza ed efficacia già dimostrato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito.

Per salvare, oggi come allora, almeno la libera città-porto internazionale mitteleuropea di Trieste dai disastri nei quali l’indegna classe politica italiana continua a precipitare il proprio stesso Paese.





TRIESTE LIBERA PERICOLOSO VIRUS DEMOCRATICO

2 10 2013

Uno Stato sull’orlo del collasso economico e sociale che, in violazione della legalità internazionale, sta occupando da 60 anni un Paese indipendente affidatogli in amministrazione fiduciaria imponendovi il proprio ordinamento ed assoggettandolo al proprio debito pubblico.

Un sistema di potere locale emanazione dello Stato occupante, in cui si riconosce, fondato sul malaffare e sulla feroce selezione negativa dei quadri che emargina le forze positive della società e parassita i propri stessi cittadini riducendoli in miseria.

Un porto franco internazionale, unico in Europa, saccheggiato dallo Stato occupante che declassandolo ne ha dirottato i traffici pregiati verso i propri porti trasformandolo in scalo per combustibili e per i rifiuti delle mafie.

Cittadini oppressi che si identificano in un movimento politico legalitario e si sollevano per esercitare i propri diritti garantiti dal Trattato di Pace in vigore e dai trattati internazionali ribellandosi al malaffare mafioso imposto dallo Stato occupante.

Questi sono gli elementi principali della “questione Trieste”, o meglio della lotta in corso per l’affermazione del Territorio Libero di Trieste.

Il 15 settembre, anniversario della dichiarazione di indipendenza dall’Italia, per la prima volta nella capitale del TLT migliaia di cittadini sono scesi in strada per proclamare la propria volontà a ritornare liberi dopo 60 anni di ininterrotta amministrazione provvisoria italiana. Amministrazione trasformata in occupazione militare permanente.

Di fronte alla riscossa inattesa del popolo alabardato la reazione delle autorità italiane è stata fino ad ora segnata da una arrogante indifferenza, che però non deve trarre in inganno. I cittadini del TLT sono sempre più informati e organizzati. Il diritto internazionale è dalla loro parte. Lo Stato italiano non sa come rispondere. Se non con atti giuridici illeciti che inevitabilmente confermano la violazione reiterata di trattati internazionali che sono alla base dell’attuale ordinamento mondiale. E minano le stesse fondamenta della Repubblica Italiana: quando le istituzioni di uno Stato dichiarano che la propria Costituzione è carta straccia, allora ogni rapporto con i propri cittadini decade. E quello Stato diventa una dittatura.

Ed è proprio quello che sta accadendo a Trieste, dove questa trasformazione da Stato di diritto a Stato autoritario, esplicitamente affermata ad ogni livello da tutte le istituzioni della Repubblica italiana operanti nella Zona A del Territorio Libero, è ormai ben visibile.

Quando i pubblici ufficiali tutti si rifiutano di rispettare la legge e negano la validità dei trattati internazionali e della Costituzione del loro stesso Paese, quando questi pubblici ufficiali utilizzano la legge solo per potere perseguire e reprimere i comuni cittadini proteggendo invece i rappresentanti delle nefaste caste di potere massomafiose, quando i magistrati si associano a queste azioni criminose nei confronti del popolo calpestando la carta costituzionale e il diritto internazionale falsificando i trattati e riscrivendo le leggi a favore di questo sistema mafioso, quando lo Stato copre, ed anzi non intervenendo per reprimerle, appoggia queste azioni criminose, bene, allora la democrazia è finita.

Il Movimento Trieste Libera per la sua azione legalitaria, inattaccabile sul piano del diritto, è diventato un serio problema per questa Italia di mafia diffusa e per la democraticamente debolissima Unione Europea dei diritti negati: quella a trazione BCE per intendersi. Tanto da far mettere in moto la macchina delle intelligence europee. E’ possibile contenere il virus della democrazia prima che si diffonda?





FALSO DOPO FALSO

4 09 2013

CONTINUA LA SAGRA DELLE ORDINANZE ILLEGITTIME DEI GIUDICI ITALIANI, CONTRO IL TLT E IL DIRITTO INTERNAZIONALE

 

Nella ampia campagna disinformativa in corso da parte del quotidiano monopolista Il Piccolo contro il Movimento Trieste Libera e le sue legittime richieste di riconoscimento dello status giuridico del Territorio Libero di Trieste, immutato dal 1947 e garantito dal Trattato di Pace in vigore, vengono anche utilizzate le decisioni dei giudici italiani nei confronti dei cittadini che sollevando il difetto di giurisdizione disconoscono la sovranità della Repubblica italiana su Trieste e chiedono l’istituzione del legittimo tribunale del TLT.

 

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