C’era una volta…….la FAMIGLIA

15 04 2014

Piccolo approfondimento sulle aperture domenicali e festive e le loro conseguenze sulla vita dei lavoratori

Una volta si chiamavano feste comandate. Le domeniche, innanzitutto. E poi Natale, Pasqua. E poi quelle strappate con la lotta, il 1° Maggio, 25 Aprile… Ma il capitalismo conosce un unico comandamento: sacrifica qualunque cosa, preferibilmente i lavoratori, sull’altare del profitto.

E così da qualche anno anche in Italia, a un numero sempre crescente di lavoratori viene impedito di godersi un riposo settimanale degno di questo nome, magari in compagnia delle proprie famiglie, dei propri figli.

Un po’ di storia
Quella della liberalizzazione degli orari di apertura degli esercizi commerciali è una storia che va avanti da quasi vent’anni. Nel 1995 un referendum popolare boccia con il 62% dei voti la prima proposta di liberalizzazione. Nel 1998 ci riprova Bersani, ministro dell’allora Governo Prodi di centro-“sinistra”, con il decreto che porta il suo nome, il quale prevede (in barba all’esito del referendum di soli tre anni prima) che gli esercizi commerciali possano restare aperti tutti i giorni della settimana per un massimo di tredici ore. Le domeniche sono ancora quasi escluse dalla liberalizzazione: pur conferendo poteri di deroga ai comuni, le aperture domenicali sono previste solo per le domeniche del mese di dicembre e per altre otto domeniche nei restanti mesi dell’anno. Le cose peggiorano nel 2001: con la riforma del titolo V della Costituzione la competenza in materia passa alle Regioni, che fanno largo uso dei poteri di deroga previsti dal decreto Bersani. E arriviamo ai giorni nostri: il governo Monti, nel 2011, ci lascia in eredità il decreto “Salva Italia”(in vigore dal gennaio 2012), che avrebbe dovuto risollevare le sorti di un’economia strangolata dal cappio del debito e dello spread. I risultati sono sotto gli occhi di tutti… Il “Salva Italia” prevede, tra le altre cose, la completa liberalizzazione degli orari di apertura.

Cos’è cambiato nel commercio
Le aperture domenicali e festive avrebbero dovuto dare nuovo slancio al commercio, far aumentare i consumi, creare nuovi posti di lavoro. Niente di tutto ciò è accaduto. Secondo le stime di Confesercenti, complice la crisi che ancora morde le famiglie, i consumi sarebbero calati del 4,3% nel 2012, dato al quale andrebbe ad aggiungersi un -2% previsto per quest’anno. Tra l’inizio del 2012 e i primi sei mesi del 2013 sarebbero scomparsi quasi 32.000 esercizi di commercio al dettaglio e 90.000 posti di lavoro; 500.000 locali commerciali sarebbero rimasti sfitti, con una perdita di 62 miliardi di euro di affitti non percepiti e 6,2 miliardi di euro di gettito fiscale andato in fumo (più di quanto si è racimolato nelle tasche della povera gente con l’aumento di un punto di IVA).Diverso sembra essere il discorso per i grandi nomi della GDO (Grande Distribuzione Organizzata): la capacità di competere al ribasso sui prezzi dei prodotti e la possibilità di restare aperti nei giorni festivi hanno sicuramente favorito i grossi centri commerciali. Ma come sono cambiate le condizioni dei lavoratori?

Le condizioni di lavoro nella GDO
La parola d’ordine che si materializza agli occhi dei lavoratori della grande distribuzione è una e una sola: flessibilità. Parliamo di circa 2 milioni di occupati, la maggior parte dei quali donne (circa l’80%) e con contratti part-time. In molti casi, la speranza di arrivare a firmare un contratto a tempo indeterminato è una chimera irraggiungibile: essere sbattuti fuori dopo 12 anni e 27 rinnovi di contratti a termine non è una cosa così infrequente (è il caso di Catia Bottoni, ex lavoratrice Coop). Lo stipendio medio di un lavoratore part-time si aggira intorno ai 600-700 euro mensili, il che rende quasi impossibile essere indipendenti, figuriamoci mettere su famiglia e crescere dei figli. Ma i problemi non finiscono qui. Perché proprio la liberalizzazione degli orari e le aperture nei giorni festivi hanno inferto un altro duro colpo alla qualità del tempo di lavoro e di vita di quanti lavorano nella GDO. In nome della già citata flessibilità, i turni vengono fissati settimana per settimana, a volte il giorno prima per il giorno dopo. In più si tratta spesso di turni spezzati, che prevedono qualche ora a metà mattinata e altre ore nel pomeriggio, con una pausa che magari non basta nemmeno per fare il tragitto di andata e ritorno dal lavoro a casa, figuriamoci per fare una visita medica o semplicemente per andare a mangiare un gelato con i propri figli.Ancora, molto frequentemente si chiede alle lavoratrici di fermarsi oltre l’orario di lavoro, coprendo anche mansioni che non sarebbero previste dal loro inquadramento(come il carico/scarico o le pulizie). E mentre si afferma che fare più di una pipì durante il lavoro è una condizione patologica e che quindi, per avere il permesso, bisogna avere il certificato medico, si inserisce nei nuovi contratti l’obbligo di sorridere ai clienti, come previsto dalla nuova proposta contrattuale di Coop Estense, la quale vincola il percepimento del salario accessorio al soddisfacimento dei criteri contenuti in una scheda di valutazione che misura anche, appunto, quanto si sorride.

E come fai a sorridere quando lavori a queste condizioni? Come fai a sorridere quando da anni non sai cosa significa passare una domenica a casa o fare una vacanza? Come raccontano Raffaella, Valentina, Barbara, Graziella e Francesca, cinque dipendenti Coop anch’esse mandate a casa dopo 10 anni e una serie infinita di contratti a termine:

“Ci hanno sempre chiamate stagionali, ma in realtà noi abbiamo lavorato in tutti i periodi dell’anno, non solo nelle stagioni. Abbiamo sostituito colleghe in maternità, in aspettativa, in ferie o in malattia, arrivando a lavorare anche 9-10 mesi all’anno con contratti a termine che scadevano e ci venivano rinnovati di continuo. E’ così da tanto tempo, visto che i nostri ingressi in Coop iniziano dal 2003. Per noi (e per i nostri affetti) le vacanze estive non esistono da anni, perché ci dicevano che ci chiamavano proprio per sostituire i dipendenti in ferie, ma nonostante questo ci siamo sempre sentite lavoratrici come i nostri colleghi e colleghe, perché eravamo sicure che prima o poi la nostra situazione sarebbe stata stabilizzata e avremmo ottenuto il tanto atteso contratto a tempo indeterminato.”

E le cose, anziché migliorare, peggiorano. Come accennato, le aperture domenicali e festive si erano portate dietro la promessa di nuovi posti di lavoro. In realtà in molti casi si è proceduto alla chiusura di alcuni centri commerciali. E quando ciò non è avvenuto, ci sono stati numerosi licenziamenti, con conseguente ricatto nei confronti dei lavoratori superstiti, costretti ad accettare l’abbassamento dei salari e l’aumento dei carichi di lavoro. Un esempio di ciò è quanto avvenuto ai danni dei lavoratori Auchan del napoletano, o a quelli dell’IperCoop di Afragola (NA).Sulla questione del lavoro domenicale si sta misurando anche lo scontro tra lavoratori e sindacati confederali, restii a mettere in piedi reali iniziative di lotta e troppo spesso pronti a accettare veri e propri ricatti imposti ai dipendenti: esemplificativo è quanto successo qualche settimana fa all’Ipermercato Panorama di Campi Bisenzio (Firenze), dove 40 lavoratori sono arrivati a stracciare le tessere CGIL, il sindacato maggiormente rappresentato in azienda e a scegliere diauto-organizzarsi appoggiandosi ad un sindacato di base.

Della serie: piove sempre sul bagnato…
Alla fine la dottrina Marchionne arriva a fare scuola anche nel settore del commercio. Da maggio scorso Federdistribuzione (l’associazione che rappresenta la gran parte delle aziende della GDO) ha annunciato l’uscita da Confcommercio e la disdetta del CCNL Terziario-Distribuzione-Servizi a partire dal 1 gennaio 2014. La disdetta è estesa anche alla contrattazione territoriale firmata da Confcommercio e alla contrattazione integrativa aziendale per le parti in cui si fa riferimento a detto CCNL.Niente di più facile per aggirare le già flebilissime garanzie previste dalla contrattazione collettiva, come per esempio il supplemento orario del 30% rispetto la normale retribuzione per il lavoro domenicale e festivo (già spesso non corrisposto) o il supplemento orario del 50% per il lavoro notturno. Forse noi siamo naturalmente portati a pensare male, ma ci pare che l’obiettivo di Federdistribuzione sia chiarissimo: approfondire il processo già avviato dalle liberalizzazioni, spremere sempre di più i lavoratori e le lavoratrici, considerare le domeniche e i festivi giorni come tutti gli altri. E buonanotte al riposo, alla vita personale e a quella familiare. Buonanotte finanche al diritto di fare la pipì. ”

 

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Un triestino contro l’Italia: un esempio per tutti noi

17 01 2014

L’8 gennaio 2014, si è svolta una nuova udienza del processo “storico” in cui ho sollevato il difetto di giurisdizione. “Storico” perché si tratta del primo processo in cui un cittadino di Trieste disconosceva il potere di un giudice dello Stato italiano a giudicarlo nella Zona A del Territorio Libero di Trieste con le leggi della Repubblica Italiana.

Accadeva il 14 dicembre del 2011, alla prima udienza del processo in cui avveniva anche la prima ricusazione del giudice che aveva rigettato immotivatamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione e senza sentenza.

Il 13 marzo 2013, dopo che la Cassazione aveva respinto pure immotivatamente la mia impugnazione del rigetto della ricusazione del giudice decisa dalla Corte di Appello di Trieste, il processo ricominciava da capo con lo stesso giudice (Paolo Vascotto).

Ripresentavo nuovamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione che veniva anche questa volta respinta senza motivazioni e senza l’obbligatoria sentenza (ai sensi dell’art. 20 del codice di procedura penale), e quindi ricusavo nuovamente il giudice. Nuovo stop del processo con ricorso fino alla Cassazione e quindi, dopo l’immancabile rigetto, nuova ripartenza nello stesso tribunale di Trieste il 25 settembre, ma questa volta con un nuovo giudice.

Si era verificato infatti che il giudice Paolo Vascotto dopo essere stato da me ricusato due volte, in un altro processo dove io – quale parte offesa – avevo sollevato la stessa eccezione giurisdizionale, ne aveva avviato per la prima volta la valutazione effettiva facendo tradurre la versione originale inglese del Memorandum di Intesa di Londra del 1954. Una decisione importante quella del giudice Vascotto. Che creava le prime crepe nel muro difensivo eretto dallo Stato italiano sulla questione Trieste.

Dopo avere autorizzato la traduzione asseverata del Memorandum di Londra, che da quel momento diventava prova sullo status giuridico attuale di Trieste, il giudice Vascotto veniva trasferito e i suoi procedimenti rilevati da altro giudice.

E così il 25 settembre il processo tentava di decollare. Ma anche per il nuovo giudice l’ostacolo da superare era sempre lo stesso. Ripresentavo assieme al coimputato Paolo G. Parovel, direttore del giornale La Voce di Trieste, una nuova eccezione sul difetto di giurisdizione, preceduta peraltro dalla richiesta di rimessione del processo ad altra sede, vista l’incompatibilità ambientale emersa negli ultimi mesi. Ovvero da quando il presidente del tribunale penale Filippo Gulotta si era scagliato pubblicamente contro i cittadini di Trieste che si appellano al trattato di pace riconoscendosi nel Movimento Trieste Libera.

E siccome in appoggio alle dichiarazioni del presidente del tribunale era intervenuta la stessa Associazione Nazionale Magistrati, senza alcuna dissociazione, era da ritenersi che tale situazione di incompatibilità investisse in toto l’autorità giudiziaria italiana. Il processo veniva nuovamente sospeso e gli atti trasmessi alla Cassazione competente a decidere sull’incompatibilità ambientale sollevata.

E visto che la Cassazione non si è ancora espressa anche l’udienza dell’8 gennaio è stata di semplice rinvio, questa volta al 9 aprile. Dopo due anni quindi il processo non è ancora iniziato. Nonostante le pressioni intimidatorie fatte di salate sanzioni ad ogni mia ricusazione del giudice e ad ogni passaggio in Cassazione io non ho mai ceduto, chiedendo a norma di legge che l’autorità giudiziaria italiana dimostrasse di avere giurisdizione sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste.

E in due anni, dalla Cassazione, al Ministero di Giustizia, ai tribunali interessati, nessuno è riuscito a dimostrarla questa sovranità persa con l’entrata in vigore del Trattato di Pace il 15 settembre del 1947. E mai riacquisita.

Ecco perché è importante questo processo. E’ stata la scintilla che ha permesso di innescare quella rivoluzione della legalità in corso a Trieste. E’ stata la dimostrazione di come un singolo cittadino con la forza delle sue convinzioni e del diritto può opporsi agli apparati della super burocrazia di uno Stato potente. Un granello di sabbia nella macchina ben oliata dell’ingiustizia distribuita di un sistema di potere imperfetto. Un granello di sabbia che però è anche quell’antimateria carica di energia positiva da cui può partire la reazione a catena.





Free Territory and Free Port of Trieste: pubblichiamo un rapporto informativo

3 09 2013

Illustrazione_Alleati_TriesteL’interesse generale e la diffusione di troppe disinformazioni sulla rinnovata “questione di Trieste” suggeriscono di pubblicare in rete un rapporto informativo del genere normalmente destinato ai centri d’analisi specializzati, che riassuma la natura esatta della questione internazionale e delle attività di contrasto sinora osservate. Quello recente che abbiamo scelto fornisce tutti gli elementi essenziali necessari per conoscere e valutare correttamente sia il problema in sé, sia la fondatezza, gli scopi ed i livelli delle posizioni politiche e giuridiche che vengono espresse da chiunque sull’argomento. – Paolo G. Parovel

Riaperta la “questione di Trieste”

La “questione di Trieste” (Trieste issue) e del suo Porto Franco (Free Port) è esplosa a livello internazionale negli anni tra il 1945 e il 1954, ed è stata regolata dal Trattato di Pace di Parigi del 1947 che li ha costituiti in Stato indipendente, ilFree Territory of Trieste, tutelato dal Consiglio di Sicurezza (Security Council) delle Nazioni Unite. La questione è rimasta però sospesa durante la guerra fredda con formule di amministrazione fiduciaria (trusteeship) internazionale che attendono dal 1989-1992 la prevista soluzione definitiva.

La soluzione definitiva viene ora chiesta da un’organizzazione politica locale spontanea, il Movimento Trieste Libera – MTL, che cresce rapidamente e ha contatti internazionali. Il MTL ha aderenti e simpatizzanti anche nei Paesi dove è emigrata parte della popolazione di Trieste (in particolare Australia, USA, Argentina, Sudafrica, Israele) a causa di comportamenti politici ed economici dannosi o persecutori dell’amministrazione italiana dal 1918 al 1945 e della attuale dal 1954.

Nella seconda metà di giugno 2013 il MTL ha notificato a tutte le autorità italiane e internazionali competenti un “Atto di reclamo e messa in mora” che riassume lo status giuridico internazionale di Trieste e del suo Porto Franco, e stabilisce la base formale per le azioni legali successive (leggi qui il documento originale in lingua italiana, senza le note di trasmissione in inglese).

Il reclamo (claim) afferma che Trieste e il suo Porto Franco non appartengono allo Stato italiano, perché sono dal 1947 uno Stato indipendente, il Free Territory of Trieste, membro di diritto delle Nazioni Unite, che è stato posto sotto amministrazione provvisoria prima militare e poi civile con mandato fiduciario internazionale, sulla cui esecuzione deve perciò vigilare anche il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (Trusteeship Council) dell’ONU.

Tali affermazioni sono corrette e coincidono con l’interpretazione costante e attuale della questione di Trieste da parte della diplomazia internazionale e del Dipartimento di Stato degli USA.

Il reclamo riconosce che dal 1991-92 il Free Territory ha perduto un’area accessoria sulla costa dell’Istria (“Zona B”) che è stata riconosciuta dalla Comunità internazionale alle nuove Repubbliche indipendenti di Slovenia e di Croazia. Dal 1991-92 il Free Territoryè perciò costituito dalla sua area principale (“Zona A”) formata dalla città di Trieste, dal suo Porto Franco internazionale e da cinque Comuni minori.

Il Free Territory attuale ha una superficie di totale di 212 kmq e 236.000 abitanti, con maggioranza che parla la lingua italiana ed ha origini multietniche, minoranza di lingua slovena e altre comunità: serba, croata, greca, romena, ebraica, islamica, rom. Trieste è stata creata e sviluppata dall’Austria (1382-1918) come città autonoma quale porto naturale e porto franco (dal 1719) dell’Europa centrale. In questa funzione ha avuto consolato USA dal 1797 (il secondo in Europa) al 1941, e ancora dal 1956 al 1986.

Trieste è stata occupata dall’Italia nel 1918 ed è rimasta sotto sovranità italiana dal 1920 al 1947, con regime di occupazione militare tedesca dal 1943 al 1945 e delle Forze Alleate dal 1945 al 1947.

Dal 1947 Trieste è stata costituita in nuovo Stato come Free Territory ed è stata governata provvisoriamente sino al 1954 da un apposito Governo Militare Alleato (Allied Military Government of the Free Territory of Trieste, AMG-FTT) degli USA e del Regno Unito con propri corpi militari (Trieste United States Troops – TRUST; British Element Trieste Force – BETFOR) e di polizia civile (Civil Police of the Free Territory of Trieste).

Dal 1954 il mandato provvisorio di amministrazione fiduciaria su tale area principale del Free Territory è affidato al Governo italiano, che è subentrato in questa funzione all’AMG-FTT quale amministrazione civile, non militare (il Trattato di pace del 1947 stabilisce che il Free Territory venga demilitarizzato). Il Governo italiano ha continuato a svolgere da allora tale funzione senza interruzioni e senza altro titolo valido.

Nelle analisi è necessario distinguere chiaramente la funzione di Governo provvisorio del Free Territory da quella differente che lo stesso Governo italiano svolge quale Governo dello Stato italiano. I principali equivoci e gli errori di analisi sulla questione di Trieste dopo il 1954 sono generati dalla confusione tra queste due funzioni di goveno differenti, e dai conflitti di interessi che esse determinano.

Il reclamo del MTL denuncia ora (2013) a nome un numero rilevante di cittadini del Free Territory:

a) che il Governo italiano ha violato il mandato amministrativo internazionale perché lo esercita simulando illegalmente che il Free Territory sia sotto la sovranità dello Stato italiano;

b) che in tal modo e a questo scopo il Governo italiano amministratore fiduciario nega i diritti politici, economici e fiscali della popolazione amministrata, ne ha represso il dissenso (per mezzo di politiche e organizzazioni nazionaliste italiane), ha nascosto alla popolazione e ai propri stessi funzionari le informazioni sullo status giuridico e i diritti del Free Territory, e ha omesso di rappresentare il Free Territory presso l’Unione Europea;

b) che in tal modo il Governo italiano amministratore fiduciario consente allo Stato italiano di appropriarsi del bilancio e del patrimonio di Stato dei cittadini del Free Territory, di sottoporli illecitamente al pagamento del debito pubblico italiano e di altre tasse non dovute, e di soffocare il Free Port di Trieste a beneficio dei porti italiani (le azioni di sottoporre il Free Territory al pagamento del debito pubblico italiano e di ostacolare il funzionamento del Free Port sono espressamente vietate dal Trattato di Pace di Parigi del 1947);

b) che tali abusi danneggiano sia i cittadini e l’economia del Free Territory, sia gli speciali diritti commerciali e industriali che hanno su di esso la Comunità internazionale, gli Stati dell’entroterra europeo e gli Stati che hanno il diritto di partecipare direttamente all’amministrazione del Free Port.

Gli Stati che hanno il diritto di partecipare direttamente all’amministrazione delFree Port di Trieste sono: USA, Regno Unito, Francia, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Polonia, Ungheria, Stati successori della cessata RSF di Jugoslavia, Stati successori della cessata URSS).

L’ Atto di reclamo e messa in mora presentato dal MTL quale rappresentante di cittadini del Free Territory chiede perciò che il Governo italiano amministratore fiduciario regolarizzi l’amministrazione provvisoria cessando gli abusi, oppure rinunci al mandato, e che sia data piena attuazione alle norme internazionali sulFree Territory, sul Free Port di Trieste e sui diritti dei suoi cittadini, sotto la garanzia delle Nazioni Unite e con l’intervento dell’Unione Europea.

Oltre al reclamo, il MTL ha iniziato sullo stesso argomento anche la sottoscrizione da parte dei cittadini del Free Territory di una petizione diretta alle Nazioni Unite. Secondo informazioni non ufficiali la petizione sarebbe stata già firmata da 13.000 cittadini e potrebbe superare entro la fine del 2013 le 50.000 firme.

2. Legittimità e conseguenze

L’azione del MTL è condotta nell’interesse sia della popolazione sovrana amministrata del Free Territory che della Comunità internazionale. Le richieste del reclamo appaiono fondate, legittime, necessarie, non eccessive, e vengono poste in forma corretta e pacifica alle sedi di tutela pertinenti, con richiamo alla legalità internazionale, alla sovranità popolare e ai diritti di autodifesa della persona umana e dei popoli, secondo principi che sono conformi anche a quelli della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti.

Le richieste formulate nel reclamo non costituiscono turbativa ma affermazione dell’ordine internazionale, e non ledono diritti e interessi legittimi degli altri Stati. Esse consistono infatti soltanto nella richiesta di sanare con mezzi giuridici abusi internazionali che vengono commessi dal Governo e dello Stato italiani a danno del Free Territory of Trieste, e che se continuassero aggraverebbero la situazione di tutte le parti coinvolte.

L’economia di Stato del Free Territory of Trieste appare sufficientemente garantita in proporzione alle ridotte dimensioni di superficie e popolazione. Risulta coperta dalle attività economiche primarie (commerciali, industriali e finanziarie) che possono venire sviluppate in regime di Free Zone nel Porto Franco internazionale, e dalle attività economiche secondarie connesse. Il Free Territory non ha debito pubblico proprio, non può essere gravato del debito pubblico dello Stato italiano e ha verso lo Stato italiano crediti ingenti per gli abusi economici e fiscali denunciati.

I privilegi speciali del Free Port di Trieste sono già riconosciuti dall’Unione Europea. I rapporti tra il Free Territory e l’Unione Europea possono essere organizzati sul modello degli accordi bilaterali che sono già in uso per gli altri piccoli Stati europei e per la Svizzera.

In connessione ai diritti del Free Territory of Trieste, le attuali Repubbliche di Slovenia e di Croazia possono chiedere benefici economici compensativi di free zone speciale per i propri territori che dal 1947 al 1991-92 facevano parte delFree Territory quale sua “Zona B” (da Koper a Portorož e da Savudrija a Novigrad, con i rispettivi entroterra).

Le richieste formulate nel reclamo internazionale presentato nel giugno 2013 dal Movimento Trieste Libera – MTL minacciano perciò soltanto alcuni interessi limitati e non legittimi del Governo e dello Stato italiani a continuare negli abusi denunciati, e a non indennizzare i danni causati alla popolazione del Free Territory.

Le attività di contrasto

Le autorità italiane hanno opposto sinora (agosto 2013) al reclamo del MTL il completo silenzio politico e mediatico ufficiale accompagnato da attività di contrasto locali contro le tesi del reclamo e contro la struttura del MTL.

Le attività di contrasto vengono svolte da una rete di potere locale italiana che viene mantenuta per garantire e sfruttare gli abusi e le violazioni denunciati dal reclamo. Questa rete collega trasversalmente ambienti politici, economici, istituzionali, amministrativi e mediatici locali, si alimenta le corruzioni tipiche del sistema politico-amministrativo italiano, ed è protetta dai servizi italiani e da una speciale impunità investigativa e giudiziaria.

La stessa rete è impegnata direttamente nelle operazioni illegali per impedire lo sviluppo internazionale del Free Port di Trieste. Queste operazioni includono speculazioni edilizie sulle quali vi sono anche sospetti di possibili interessi di mafia.

Le attività di contrasto che tale rete ha svolto sinora (agosto 2013) contro il reclamo di MTL consistono in pesanti campagne disinformative attraverso i media locali, con pochi rilanci nazionali. Le campagne disinformative puntano su due obiettivi principali: delegittimare il Free Territory e il Movimento Trieste libera – MTL, e realizzare le speculazioni edilizie illecite nel Free Port.

Tutti i partiti, le organizzazioni principali e i media che partecipano alle campagne disinformative sono sostenuti da finanziamenti dello Stato italiano. Le attività contro il Free Territory, contro il Free Port e contro il MTL vengono appoggiate da settori della magistratura civile, penale e amministrativa italiana, che come tali non hanno giurisdizione legittima sul Free Territory e sul Free Portdi Trieste.

L’analisi strutturale delle campagne disinformative della rete indica la partecipazione di personale di intelligence addestrato. Le informazioni rilevanti contrarie all’attività disinformativa vengono censurate, e la propaganda è organizzata con informazioni false su schemi ripetitivi a cadenza quasi quotidiana su sei linee principali convergenti:

a) dichiarare inesistente il Free Territory e infondate le richieste del MTL senza affrontarne la discussione giuridica;

b) insinuare che il MTL abbia capi occulti e finanziamenti illeciti, e screditare personalmente i suoi dirigenti e attivisti;

c) disorientare, dividere e spaventare gli aderenti e simpatizzanti del MTL con notizie false e con minacce di schedatura politica, di incriminazioni penali e di perdita del lavoro e delle pensioni;

d) suscitare tensioni con i nazionalisti e neofascisti italiani;

e) far credere che il MTL rivendichi l’ex “Zona B” contro la Slovenia, la Croazia e la stabilità internazionale;

f) simulare inutile il Free Port, simulare legittime e utili le speculazioni edilizie sul di esso, screditare l’attuale presidenza e gestione del Porto, ostacolare i nuovi investimenti internazionali nelle attività di Free Port.

Questo genere di campagne di disinformazione e minaccia appoggiate da organi dello Stato è una forma di repressione politica antidemocratica iniziale, che dovrebbe venire interrotta anche per impedire che dia origine a problemi maggiori.

Conclusioni

La questione internazionale dell’amministrazione del Free Territory of Trieste,che è in attesa di soluzione definitiva dal 1991-92, è stata riaperta a livello internazionale nel giugno 2013 con un reclamo ufficiale, fondato e legittimo di una rappresentanza spontanea numerosa (MTL) della popolazione sovrana amministrata.

La questione risulta sollevata a beneficio della popolazione amministrata e della Comunità internazionale. Non crea turbativa politica internazionale poiché non riguarda i Paesi dell’ex-Jugoslavia, ma soltanto i rapporti di Trieste con l’amministrazione civile provvisoria affidata al Governo – non allo Stato –italiano quale mandato fiduciario (trusteeship) internazionale.

Il Free Territory ha proprie risorse economiche e di lavoro (il Porto Franco) che risultano autosufficienti e autoincrementabili. Non ha debito pubblico e ha crediti verso il Governo e lo Stato italiano. Una soluzione definitiva a favore delFree Territory può creare vantaggi economici anche per la Slovenia e la Croazia.

Il Governo italiano che è amministratore fiduciario del Free Territory non risponde al reclamo in maniera appropriata e sostiene o comunque consente attività di contrasto locale illegali e repressive.

La competenza primaria a regolarizzare l’amministrazione fiduciaria del Free Territory su richiesta presentata da individui e gruppi appartenenti alla popolazione sovrana amministrata, o dal Governo amministratore, o da Paesi terzi, appartiene agli Organi delle Nazioni Unite (Trusteeship Council, Security Council,General Assembly, International Court of Justice). La regolarizzazione può essere imposta all’Italia anche da Organi dell’Unione Europea (Parlamento Europeo, Commissione Europea).

Gli appartenenti alla popolazione sovrana amministrata, residenti o emigrati, hanno anche titolo e interesse legittimo ad avviare azioni risarcitorie internazionali (individuali e collettive) sia contro il Governo italiano amministratore per i danni materiali e morali causati con l’amministrazione infedele, sia contro lo Stato italiano per i danni materiali e morali causati con l’usurpazione della sovranità del Free Territory of Trieste.

La regolarizzazione dell’amministrazione fiduciaria e i risarcimenti alla popolazione sovrana amministrata e alla struttura di Stato del Free Territorypossono essere oggetto di una mediazione internazionale preventiva tra le parti (popolazione amministrata reclamante e Nazioni Unite per il Free Territory;Governo italiano; Stato italiano).





TASSE ITALIANE A TRIESTE? ILLEGALI! Tutto spiegato ……

24 05 2013

TASSE ITALIANE A TRIESTE? ILLEGALI! Tutto spiegato ……





Trieste un territorio libero dimenticato

11 05 2013

Dopo il Trattato di Pace del 1947 e l’inizio della Guerra Fredda, le potenze vincitrici non sono state in grado di accordarsi per la nomina del Governatore di Trieste, che doveva essere una figura equidistante dalle posizioni italiane e jugoslave. Accadeva così che colui che veniva proposto dagli angloamericani non riceveva il beneplacito sovietico, mentre i nomi proposti dall’URSS venivano sempre rifiutati dagli angloamericani: nessuno dei due blocchi voleva permettere all’altro di poter avere un uomo di fiducia a ricoprire un ruolo tanto importante nel nevralgico TLT. Si era così creata una situazione di impasse da cui, in quei difficili anni, era davvero arduo uscire.

In questa vicenda, la maggioranza dei triestini era fuorviata dalla martellante propaganda patriottica italiana, cosicché i soli indipendentisti erano coloro che reclamavano la necessità della nomina del Governatore.

Sul solco della strada tracciata a quel tempo, giovedì 16 maggio in Largo della Barriera Vecchia, saremo presenti con un gazebo dove comincerà la raccolta delle firme per la definitiva nomina del Governatore del TLT, secondo quanto stabilito dal Trattato di Pace del 1947 ancora in vigore. Le firme raccolte saranno poi inviate all’ONU.

Presso i gazebo del Movimento Trieste Libera si potrà quindi firmare per le seguenti azioni:

  1. nomina del Governatore
  2. ricorso al TAR contro le illegittime elezioni italiane nel TLT
  3. iscrizioni a Trieste Libera Impresa

 

Read the full story here.





Urgente da far girare

22 11 2011

Uno spiraglio di cambiamento da realizzare con urgenza

Ai sensi degli articoli 7 e 48 della legge 25 maggio 1970 n. 352 la cancelleria della Corte Suprema di Cassazione ha annunciato, con pubblicazione sulla GU n. 227 del 29-9-2011,  la promozione della proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo:
“Adeguamento alla media europea degli stipendi,emolumenti,indennità degli eletti negli organi di rappresentanza nazionale e locale”;.

L’iniziativa, nata in modo trasversale ai partiti e promossa dal gruppo facebook “Nun Te Regghe Più”, dal titolo della famosa canzone di Rino Gaetano, ha come obiettivo la promulgazione di una legge di iniziativa popolare formata da un solo articolo:

“i parlamentari italiani eletti al senato della repubblica, alla camera dei deputati, il presidente del consiglio, i ministri, i consiglieri e gli assessori regionali, provinciali e comunali, i governatori delle regioni, i presidenti delle province, i sindaci eletti dai cittadini, i funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica, ed equiparati non debbono percepire, a titolo di emolumenti, stipendi, indennità , tenuto conto del costo della vita e del potere reale di acquisto nell’unione europea, più della media aritmetica europea degli eletti negli altri paesi dell’unione per incarichi equivalenti”

La raccolta firme viene effettuata tramite appositi moduli vidimati depositati negli uffici elettorali dei comuni italiani, qui l’elenco aggiornato in tempo reale dei comuni nei quali è già  possibile andare a
firmare:
http://nunteregghepiu.altervista.org/comuni.htm
<http://nunteregghepiu.altervista.org/comuni.htm>

L’iniziativa è completamente autofinanziata dai promotori e dagli aderenti quindi la diffusione dei moduli potrà  essere non omogenea, eventuali segnalazioni di Comuni sprovvisti di moduli potranno essere effettuate direttamente nel gruppo facebook http://www.facebook.com/groups/nunteregghepiu/
<http://www.facebook.com/groups/nunteregghepiu/>   o all’indirizzo di
posta elettronica legge.ntrp@gmail.com <mailto:legge.ntrp@gmail.com>

50.000 firme sono il minimo richiesto dalla legge per la presentazione della proposta, 80.000 sono il numero necessario per sopperire ad eventuali errori e anomalie di raccolta ma il vero obiettivo è quello di poter raccogliere le firme di tutti gli italiani stanchi di mantenere i privilegi di una classe politica capace solo di badare ai propri interessi personali. Una firma non costa molto, continuare a restare indifferenti costa molto di più.
Andate a firmare nel vostro comune e non fatelo da soli.

IMPORTANTE FACCIAMOCI SENTIRE

Inizia ufficialmente la raccolta firme per rendere illegale il trattamento privilegiato della classe politica Da lunedì, tutti i municipi sono attivi per la raccolta delle firme.
Vi invito a firmare con consapevolezza e senso del dovere, per il nostro bene , per i nostri figli





Dalla Ue pronti contributi per innovazione e Ict

26 07 2011

Sono 39 i bandi da scaricare a luglio, mentre i restanti 14 saranno resi disponibili online entro novembre. La UE investe 7 miliardi di euro nell’innovazione

Sono 39 i bandi da scaricare a luglio, mentre i restanti 14 saranno resi disponibili online entro novembre. Parliamo degli stanziamenti UE per innovazione e Ict. La UE investe 7 miliardi di euro nell’innovazione attraverso la ricerca, per promuovere174mila posti di lavoro. 1,3 miliardi di euro sono destinatiall’Ict, e rientra nel programma quadro 2007-2013.

Beneficiari dei bandi sono università, enti di ricerca, industria e piccole e medie imprese (PMI). Anzi un miliardo va alle Pmi. Oltre ai soldi stanziati per l’Ict nel settore sanitario, il resto va ainfrastrutture di rete e di servizi, fotonica e robotica, nano e microsistemi, contenuti digitali e tecnologie relative al linguaggio, salute ed efficienza energetica.

Alle Smart cities o città intelligenti sono destinati 40 milioni di euro, mentre 313 milioni sono dedicati alla ricerca e all’innovazione declinati alla mobilità e trasporti.








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