Un triestino contro l’Italia: un esempio per tutti noi

17 01 2014

L’8 gennaio 2014, si è svolta una nuova udienza del processo “storico” in cui ho sollevato il difetto di giurisdizione. “Storico” perché si tratta del primo processo in cui un cittadino di Trieste disconosceva il potere di un giudice dello Stato italiano a giudicarlo nella Zona A del Territorio Libero di Trieste con le leggi della Repubblica Italiana.

Accadeva il 14 dicembre del 2011, alla prima udienza del processo in cui avveniva anche la prima ricusazione del giudice che aveva rigettato immotivatamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione e senza sentenza.

Il 13 marzo 2013, dopo che la Cassazione aveva respinto pure immotivatamente la mia impugnazione del rigetto della ricusazione del giudice decisa dalla Corte di Appello di Trieste, il processo ricominciava da capo con lo stesso giudice (Paolo Vascotto).

Ripresentavo nuovamente l’eccezione sul difetto di giurisdizione che veniva anche questa volta respinta senza motivazioni e senza l’obbligatoria sentenza (ai sensi dell’art. 20 del codice di procedura penale), e quindi ricusavo nuovamente il giudice. Nuovo stop del processo con ricorso fino alla Cassazione e quindi, dopo l’immancabile rigetto, nuova ripartenza nello stesso tribunale di Trieste il 25 settembre, ma questa volta con un nuovo giudice.

Si era verificato infatti che il giudice Paolo Vascotto dopo essere stato da me ricusato due volte, in un altro processo dove io – quale parte offesa – avevo sollevato la stessa eccezione giurisdizionale, ne aveva avviato per la prima volta la valutazione effettiva facendo tradurre la versione originale inglese del Memorandum di Intesa di Londra del 1954. Una decisione importante quella del giudice Vascotto. Che creava le prime crepe nel muro difensivo eretto dallo Stato italiano sulla questione Trieste.

Dopo avere autorizzato la traduzione asseverata del Memorandum di Londra, che da quel momento diventava prova sullo status giuridico attuale di Trieste, il giudice Vascotto veniva trasferito e i suoi procedimenti rilevati da altro giudice.

E così il 25 settembre il processo tentava di decollare. Ma anche per il nuovo giudice l’ostacolo da superare era sempre lo stesso. Ripresentavo assieme al coimputato Paolo G. Parovel, direttore del giornale La Voce di Trieste, una nuova eccezione sul difetto di giurisdizione, preceduta peraltro dalla richiesta di rimessione del processo ad altra sede, vista l’incompatibilità ambientale emersa negli ultimi mesi. Ovvero da quando il presidente del tribunale penale Filippo Gulotta si era scagliato pubblicamente contro i cittadini di Trieste che si appellano al trattato di pace riconoscendosi nel Movimento Trieste Libera.

E siccome in appoggio alle dichiarazioni del presidente del tribunale era intervenuta la stessa Associazione Nazionale Magistrati, senza alcuna dissociazione, era da ritenersi che tale situazione di incompatibilità investisse in toto l’autorità giudiziaria italiana. Il processo veniva nuovamente sospeso e gli atti trasmessi alla Cassazione competente a decidere sull’incompatibilità ambientale sollevata.

E visto che la Cassazione non si è ancora espressa anche l’udienza dell’8 gennaio è stata di semplice rinvio, questa volta al 9 aprile. Dopo due anni quindi il processo non è ancora iniziato. Nonostante le pressioni intimidatorie fatte di salate sanzioni ad ogni mia ricusazione del giudice e ad ogni passaggio in Cassazione io non ho mai ceduto, chiedendo a norma di legge che l’autorità giudiziaria italiana dimostrasse di avere giurisdizione sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste.

E in due anni, dalla Cassazione, al Ministero di Giustizia, ai tribunali interessati, nessuno è riuscito a dimostrarla questa sovranità persa con l’entrata in vigore del Trattato di Pace il 15 settembre del 1947. E mai riacquisita.

Ecco perché è importante questo processo. E’ stata la scintilla che ha permesso di innescare quella rivoluzione della legalità in corso a Trieste. E’ stata la dimostrazione di come un singolo cittadino con la forza delle sue convinzioni e del diritto può opporsi agli apparati della super burocrazia di uno Stato potente. Un granello di sabbia nella macchina ben oliata dell’ingiustizia distribuita di un sistema di potere imperfetto. Un granello di sabbia che però è anche quell’antimateria carica di energia positiva da cui può partire la reazione a catena.


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