Trieste città sconosciuta, CENNI DI STORIA

5 08 2013

Trieste nacque come insediamento degli Illiri, oscura popolazione indoceltica. Quindi, fu colonia romana, col nome di Tergeste. La città fu oggetto di razzie e sporadiche occupazioni da parte di Venezia, fin quando i governanti non domandarono la protezione degli Absburgo. Era il 1382. Trieste divenne il principale porto dell’impero, l’elettivo approdo sul mare: nel 1719, Carlo VI proclama il Porto Franco. Durante i regni di sei monarchi, da Carlo VI (1711) a Franz Joseph (morto nel 1916), un villaggio di pescatori di settemila anime divenne uno dei più grandi e moderni porti internazionali, contando su duecentoventimila abitanti e godendo d’una scintillante vita commerciale e culturale. Italiana, di lingua, era la maggioranza della popolazione. Ma il senso d’appartenenza all’Italia non era affatto condiviso.

1866. La Marina Austriaca massacra gli italiani a Lissa. Solenne celebrazione della vittoria a Trieste, capoluogo dell’Österreichisches Künstenland, unica provincia costiera dell’impero, reichsunmittelbare Stadt fin dal 1850.
In riconoscimento della lealtà dimostrata durante i moti nazionalisti degli anni Quaranta, la città era stata battezzata urbes fidelissima.

Nonostante tre brevi periodi d’occupazione napoleonica, Trieste era rimasta città fedele agli Asburgo, emporio e gioiello d’una civiltà irripetibile. Al crollo dell’impero, annessa per ragioni fondamentalmente geografiche all’Italia, si vede privata dell’entroterra: è il principio della decadenza della città. La cultura fascista inventa falsi miti d’origine romana di Trieste, mistificando secoli di storia e sforzandosi di sradicare le radici “atipiche” della città: un luogo sentito come incarnazione dell’utopia, aliena alle nazioni e ai nazionalismi, ibrido di razze, lingue, popoli, culture.
Tre nomi: Trieste, Triest, Trst. Un’idea, nessun colore dominante.

Per la propaganda italiana, Trieste era e restava esclusivamente italiana: nel 1919, il governo chiude le scuole slovene, ed avvia un’opera di smantellamento etnico che – in un certo senso – altro non è che il preludio agli orrori delle foibe, e delle violenze dei Balcani negli anni Novanta. È uno smantellamento culturale, in prima battuta: non soltanto per traduzione di cognomi e chiusura di scuole e centri di ritrovo, ma per damnatio memoriae di storie, cultura e verità. Perché viva una, e una soltanto, delle tante anime della città: quella italiana. E le altre siano ghigliottinate. In seconda battuta, infatti, lo smantellamento fu anche fisico: con l’allestimento di campi di concentramento sia in territorio italiano (Gonars) che in territorio occupato sloveno in cui furono rinchiusi migliaia di cittadini jugoslavi, rei solo di non essere italiani.

Il caso più emblematico della almeno complessa linearità dell’italianità di Trieste è probabilmente quello del disertore dalmata Guglielmo Öberdank, ancora oggi noto in Italia come “Oberdan”. Esule in Italia per evitare di prestare servizio militare, tornò a Trieste per attentare alla vita dell’imperatore. Arrestato, processato e impiccato, gridò “Viva l’Italia! Trieste Libera!”. Agli occhi degli irredentisti italiani, fu subito eroe. La piazza della Caserma, oggi “Oberdan”, un Museo del Risorgimento, che conserva la cella dove passò le ultime ore di vita, e una statua del “martire” testimoniano gli eccessi della storia: il disertore austriaco è simbolo del fascismo ante litteram.

Nel 1943, i Nazisti occuparono la città. Centinaia di ebrei fuggirono per la Palestina (sin dagli anni ’30, Trieste era divenuta “Porta di Sion”), centinaia furono catturati e condannati a morte. L’antica e gloriosa comunità ebraica della città conobbe torture, massacro e martirio: nel primo e unico campo di sterminio italiano, San Sabba.
Contesa tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale, vagheggiata da Tito e salutata dalle forze anglosassoni come ultimo avamposto dell’Occidente, sorta di vedetta democratica sul balcone del comunismo (diversamente, almeno a parole, da quanto affermava Chateaubriand nel 1806: “L’ultimo respiro della civiltà aleggia su questa costa dove ha inizio la barbarie”).


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